
La vittoria che non cambia l’America
Le due corse simbolo della vittoria democratica alle elezioni di metà mandato si sono giocate in Texas e Michigan. In Texas James Talarico, ex pastore e insegnante, ha battuto Ken Paxton, travolto da una lunga scia di scandali. La sua campagna si è persino accanita sulla fidanzata vegana di Talarico e sulla sua presunta incapacità di mangiare carne alla griglia. In Michigan Abdul El Sayed ha resistito agli attacchi islamofobi e a un avversario sostenuto dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), oltre che al voltafaccia dell’ex rivale alle primarie.
Le due vittorie raccontano la stanchezza degli elettori verso i repubblicani e l’amministrazione Trump. Talarico ha incarnato il rifiuto della volgarità; El Sayed quello dell’imprudenza. E per la politica estera americana il secondo segnale pesa di più. Il fallito tentativo di cambiare il regime iraniano ha fatto salire il costo dei carburanti, negli Stati Uniti e altrove. Intanto, secondo Pew Research, gli americani con un’opinione sfavorevole di Israele sono passati dal 53% nel 2025 al 60% quest’anno.
La guerra in Iran ha aperto una resa dei conti nel Partito repubblicano. JD Vance ha chiesto di ripensare il rapporto con Israele. Tra i democratici, la posizione su Israele era già cambiata durante la guerra a Gaza, dopo gravi violazioni dei diritti umani. Ora che il conflitto incide direttamente sulle tasche degli americani, quel messaggio conquista anche consenso elettorale.
Per noi europei, però, non c’è da festeggiare troppo. Su dazi e sicurezza Trump conserva ampi margini di manovra: le sue decisioni più importanti sono passate da ordini esecutivi e direttive presidenziali. E con il tempo che gli resta, potrebbe cercare un’intesa sull’Ucraina capace di arricchire lui, la sua famiglia o i suoi sostenitori, a nostre spese.
I democratici protesteranno. Il senatore rieletto Jon Ossoff ha attaccato gli accordi energetici di Trump con la Russia, denunciando l’abbandono degli alleati e dei valori americani per interesse personale. Oggi è tra i favoriti per le primarie democratiche e per la Casa Bianca nel 2028. Per l’Europa, nell’immediato, è una magra consolazione.
Anche con un democratico alla presidenza dal 2029 cambierebbero probabilmente i toni, meno gli atti. I dazi, dopo anni, hanno creato interessi interni pronti a difenderli. L’alleanza con l’Europa suonerebbe meglio, ma Washington potrebbe comunque ridurre il proprio impegno militare nel continente.
La lezione è nelle preferenze dichiarate e in quelle rivelate. Trump ha fatto dell’«America first» una bandiera esplicita. Ma anche i democratici, dal riequilibrio verso l’Asia di Barack Obama alla svolta protezionista di Joe Biden, hanno messo l’America al primo posto nei fatti.
Per questo l’entusiasmo europeo per il voto di metà mandato è prematuro.
LA SASSATA

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