La trappola del gas europeo

La trappola del gas europeo

05 novembre 2026

L’Europa voleva costruire un gasdotto per liberarsi dalla Russia. Adesso, secondo il ministro degli Esteri algerino Ahmed Attaf, aziende russe potrebbero partecipare alla sua realizzazione. Il paradosso è già tutto qui: una nuova infrastruttura pensata per diversificare le forniture rischia di coinvolgere proprio Mosca.

Il gasdotto transahariano, o TSGP, dovrebbe collegare Nigeria, Niger e Algeria, portando verso l’Europa tra 20 e 30 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Oltre quattromila chilometri di tubi, un costo stimato fra 13 e 19,5 miliardi di dollari. I lavori sul tratto algerino sono iniziati a giugno; il Niger punta ad avviare i propri nel 2027. Il gruppo russo TMK, specializzato in tubi d’acciaio, è indicato come possibile partner.

Non significa che Mosca controllerà il gasdotto, né che la sua partecipazione sia già definita.

Ma basta a incrinare la narrazione politica con cui il progetto è stato presentato: quella di un’alternativa europea al gas russo. Se le imprese russe forniscono materiali o competenze, la dipendenza non scompare per magia. Cambia forma, si sposta lungo la filiera e può riemergere proprio nell’infrastruttura costruita per ridurla.

C’è poi l’Algeria, partner energetico importante per l’Europa, ma sempre più vicina a Mosca. L’annuncio arriva dopo il veto russo a una risoluzione statunitense sul Sahara Occidentale e si inserisce in un rapporto che va oltre il gas.

Nel frattempo, il tracciato attraversa il Niger, nel cuore di un Sahel instabile dove la Russia ha già una presenza militare, anche in Mali e Burkina Faso. Energia, sicurezza e influenza politica rischiano così di intrecciarsi.

Qui sta il punto: costruire un tubo non equivale a garantire una fornitura. Contano chi finanzia, chi fabbrica i componenti, chi protegge il percorso e chi può bloccarlo. L’Europa può sostenere il progetto e sperare che il gas arrivi; ma non per questo ne governerà ogni passaggio.

Il paradosso: Bruxelles cerca una via per emanciparsi da Mosca e potrebbe ritrovarsi a finanziare un’infrastruttura alla cui costruzione partecipano aziende russe, in un Paese alleato di Mosca e lungo una rotta esposta a instabilità e conflitti. Nel 2030, la domanda non sarà soltanto quanto gas arriverà in Europa. Sarà chi avrà il potere di farlo arrivare, o di fermarlo.