
Il terzo China shock
Per vent’anni l’Europa ha sottovalutato la capacità della Cina di risalire la catena del valore. Prima sono arrivati i beni di consumo a basso costo. Poi le automobili, le batterie, i pannelli solari e le macchine utensili. Ora Pechino punta all’ultimo grande bastione industriale ancora saldamente nelle mani dell’Occidente: il settore farmaceutico.
L’allarme non arriva da un osservatore esterno, ma da Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer. Secondo lui, entro il 2030 il principale concorrente dell’azienda non sarà più Merck, bensì le imprese cinesi.
Lo schema è sempre lo stesso. La Cina entra inizialmente in un settore attraverso i segmenti a basso valore aggiunto. È successo con i farmaci generici, come era accaduto con l’elettronica di consumo e con l’automobile. Poi investe massicciamente in ricerca, scala produttiva e innovazione fino a spostare il baricentro dell’intero mercato.
Oggi il vantaggio competitivo non riguarda soltanto il costo della produzione, che secondo Pfizer è circa la metà rispetto ai concorrenti occidentali. Riguarda soprattutto il tempo. Le aziende cinesi riescono a sviluppare nuovi farmaci fino a tre volte più rapidamente. In un’industria dove arrivare per primi vale miliardi di euro, il fattore tempo può essere persino più importante del prezzo.
I numeri confermano questa trasformazione. La Cina ospita ormai circa il 30% di tutte le sperimentazioni cliniche mondiali e si sta rapidamente avvicinando agli Stati Uniti per numero di nuovi farmaci approvati. In alcuni segmenti ad altissima tecnologia, come i coniugati anticorpo-farmaco (ADC) e le terapie oncologiche mirate, Pechino è già tra i leader mondiali.
Il punto è che la farmaceutica non è un settore qualsiasi. Come l’aerospazio o i semiconduttori, richiede decenni di investimenti, competenze scientifiche, capitale umano e capacità regolatoria. Proprio per questo si è sempre ritenuto che fosse protetta dalla concorrenza cinese.
È la stessa convinzione che l’Europa aveva coltivato nell’automobile. Fino a quando i produttori cinesi non hanno iniziato a esportare veicoli elettrici più economici e, in molti casi, tecnologicamente competitivi.
Le imprese cinesi hanno ormai compreso di aver raggiunto i limiti della domanda interna. La prossima fase sarà inevitabilmente l’espansione internazionale. Oggi cercano ancora partnership con aziende occidentali. Domani potrebbero non averne più bisogno.
Il terzo China shock potrebbe quindi rivelarsi il più pericoloso. Perché non colpisce un’industria in declino, ma uno degli ultimi settori in cui Europa e Stati Uniti conservano ancora un vantaggio tecnologico globale. E, come dimostra l’esperienza degli ultimi vent’anni, quando la Cina individua un settore come priorità strategica, raramente si limita a partecipare al mercato. L’obiettivo è diventarne ile leader.


