
Manifattura e strumenti del mestiere
In una guerra commerciale la domanda decisiva non è come vincere. È capire che cosa valga davvero la pena difendere. Perché quando le risorse sono limitate e il nemico è più grande non si possono presidiare tutti i fronti. Bisogna scegliere quelli da cui dipende il resto.
L’Europa continua a concentrare il dibattito sull’automobile. È comprensibile: occupazione, consenso politico, simbolo industriale. Ma il vero terreno dello scontro è un altro. Sono le macchine utensili, il cuore invisibile della manifattura. Senza di esse non si costruiscono automobili, turbine, missili, componenti aerospaziali o impianti industriali. Chi controlla le macchine utensili controlla, in larga misura, la capacità produttiva di un Paese.
Per decenni questo è stato un punto di forza europeo e una vulnerabilità strategica della Cina. Oggi lo scenario si è ribaltato. Nel 2016 Pechino rappresentava appena l’8% delle esportazioni mondiali di macchine utensili per la lavorazione dei metalli. Oggi è salita al 23%, superando la Germania, mentre l’Europa è scesa dal 52% al 46%.
I numeri trovano ormai conferma anche sul mercato. Un cliente del settore racconta a SASSATE che nel Bresciano è stata appena installata la prima macchina cinese per la pressofusione. «Funziona bene», osserva. Nelle macchine per il taglio laser, invece, i produttori cinesi sono già una realtà consolidata da almeno due anni e stanno penetrando con una velocità impressionante proprio nei segmenti a maggior valore aggiunto. È il passaggio decisivo: la competizione non riguarda più soltanto il prezzo, ma anche la qualità.
Per questo le richieste di VDMA, la principale associazione dell’industria meccanica tedesca che rappresenta anche i produttori di macchine utensili, e di UCIMU-Sistemi per Produrre, l’associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot e automazione, meritano quindi particolare attenzione. Il rischio non è solo geopolitico. Se l’Europa perderà il controllo delle macchine utensili, perderà anche la capacità di costruire tutto il resto. E allora non dipenderemo dalla Cina solo per i prodotti finiti, ma anche per gli strumenti necessari a produrli. In una parola: avremo perso gli strumenti del mestiere.


