Pechino prepara l’assalto al re del minerale di ferro

Pechino prepara l’assalto al re del minerale di ferro

28 luglio 2026

Per venticinque anni il mercato del minerale di ferro ha avuto un equilibrio semplice: l’Australia produceva, la Cina comprava. Oggi Pechino vuole riscrivere le regole del gioco.

Il primo fronte è commerciale. Attraverso la China Mineral Resources Group, creata nel 2022 per centralizzare gli acquisti, il governo cinese sta aumentando il proprio potere negoziale nei confronti di BHP, Rio Tinto e Fortescue. L’obiettivo è duplice: pagare il minerale in yuan e utilizzare benchmark cinesi invece dei prezzi internazionali, comprimendo così gli straordinari margini dei grandi minerari australiani, superiori al 50%, mentre gran parte delle acciaierie cinesi fatica a generare utili.

Ma la vera partita è molto più strategica.

Pechino sta accelerando la transizione verso un’acciaieria a basse emissioni. L’idrogeno verde è stato elevato a settore prioritario nel nuovo piano quinquennale, mentre il comparto siderurgico è entrato nel sistema nazionale di scambio delle emissioni. Se questa strategia avrà successo, la domanda cinese di minerale di ferro potrebbe ridursi strutturalmente.

C’è poi un secondo fattore destinato a cambiare il mercato: il riciclo del rottame. Oggi solo il 10% dell’acciaio cinese proviene da forni elettrici alimentati con scrap, contro circa il 70% negli Stati Uniti. Se Pechino portasse questa quota al 50%, potrebbe sostituire circa 400 milioni di tonnellate di produzione primaria, riducendo il fabbisogno annuo di minerale di ferro di oltre 600 milioni di tonnellate.

Per l’Australia sarebbe uno shock storico. Il minerale di ferro vale oltre 120 miliardi di dollari australiani di esportazioni l’anno e circa il 70% finisce proprio in Cina.