La nuova arma di Trump si chiama Section 301

La nuova arma di Trump si chiama Section 301

28 luglio 2026

Molti in Europa hanno festeggiato troppo presto quando, a febbraio, la Corte Suprema americana ha bocciato i dazi del “Liberation Day”. A Bruxelles si è diffusa l’illusione che la stagione del protezionismo trumpiano fosse finita. È accaduto esattamente il contrario. Donald Trump non ha rinunciato ai dazi: ha semplicemente cambiato base giuridica.

La nuova parola chiave è *Section 301 del Trade Act del 1974. È lo strumento con cui Washington può imporre nuovi dazi dopo un’indagine formale sulle pratiche commerciali ritenute sleali. L’amministrazione Trump lo ha già trasformato nel pilastro della propria strategia commerciale e potrebbe utilizzarlo già nei primi mesi del 2027 per colpire nuovamente l’Unione europea.

Il pretesto questa volta è l’offensiva regolatoria di Bruxelles contro le Big Tech americane. Le multe miliardarie inflitte a Google per violazione del Digital Markets Act e le norme del Digital Services Act vengono considerate dalla Casa Bianca un attacco diretto ai profitti delle imprese statunitensi. Per Trump, tassare i prodotti europei rappresenta la risposta naturale. E, diversamente dal passato, questa volta la misura avrebbe basi giuridiche molto più solide.

Il punto è che per Trump i dazi non sono più uno strumento negoziale ma una componente strutturale della politica economica. Servono a raccogliere gettito fiscale, proteggere l’industria americana e ridurre – almeno sul piano bilaterale – gli squilibri commerciali. Negli ultimi dodici mesi hanno già generato centinaia di miliardi di dollari per il Tesoro statunitense e costretto numerosi esportatori stranieri ad assorbire parte del costo comprimendo i propri margini.

I risultati, però, sono molto diversi da quelli promessi. Il deficit commerciale complessivo degli Stati Uniti non è scomparso. È semplicemente cambiata la geografia degli scambi. La Cina ha esportato meno verso gli Stati Uniti ma ha dirottato gran parte delle proprie merci verso l’Europa, facendo esplodere il surplus commerciale nei confronti dell’UE.

Ed è qui che Bruxelles rischia di cadere nella stessa trappola. Per difendersi dall’ondata di prodotti cinesi, anche l’Europa valuta nuove misure protezionistiche. Ma, a differenza degli Stati Uniti, l’Unione europea è un’economia fortemente esportatrice e profondamente dipendente dalle catene di approvvigionamento cinesi, soprattutto per terre rare, magneti, batterie, componenti elettronici e semiconduttori.

Una guerra commerciale tra Bruxelles e Pechino avrebbe quindi un effetto molto più pesante che negli Stati Uniti. Da una parte aumenterebbero i dazi americani sui prodotti europei; dall’altra la Cina potrebbe restringere ulteriormente l’accesso alle materie prime critiche indispensabili per l’industria manifatturiera europea. È il classico doppio shock: perdita di competitività nelle esportazioni e aumento dei costi produttivi.

Il vero errore dell’Europa sarebbe continuare a considerare i dazi come un’anomalia destinata a scomparire con Trump. Non è così. Il protezionismo americano è ormai diventato bipartisan e strutturale. Cambieranno gli strumenti giuridici, cambieranno le motivazioni, ma difficilmente cambierà la direzione.

Per questo la domanda non è se Trump introdurrà nuovi dazi contro l’Europa. La domanda è se l’Europa avrà finalmente una strategia industriale e commerciale capace di sopravvivere a un mondo in cui il libero scambio non rappresenta più la regola, ma l’eccezione.