Il Trump europeo sta arrivando?

Il Trump europeo sta arrivando?

06 giugno 2026

Per anni le élite europee si sono raccontate una favola rassicurante: per vincere, la destra deve moderarsi. È il mantra che accompagna ogni successo elettorale di partiti come Fratelli d’Italia, il Rassemblement National o Reform UK. Più ci si avvicina al potere, più bisogna limare gli angoli, abbandonare le posizioni più radicali e rassicurare l’establishment.

Ma cosa accadrebbe se questa lettura fosse sbagliata?

Negli Stati Uniti Donald Trump ha dimostrato che il successo non nasce necessariamente dalla moderazione. Prima di lui c’erano stati la Moral Majority, i neoconservatori, il Tea Party. Tutti movimenti importanti, ma incapaci di conquistare stabilmente il potere. Trump ci è riuscito perché ha costruito una coalizione nuova: l’alleanza tra destra identitaria e libertarismo economico radicale.

È una formula che oggi comincia ad affacciarsi anche in Europa.

L’esempio più evidente è la Germania. Mentre molti partiti conservatori cercano di apparire più moderati, l’AfD continua a radicalizzarsi. Oggi propone apertamente l’uscita della Germania dall’Unione Europea e il ripristino di rapporti privilegiati con la Russia. Eppure continua a crescere nei sondaggi.

Il fenomeno non si limita alla Germania. Nel Regno Unito Rupert Lowe ha rotto con Nigel Farage accusandolo di essere diventato troppo prudente. Con il nuovo movimento Restore punta a una piattaforma molto più radicale, che combina immigrazione, sovranismo e libertarismo economico. Non è un caso che Lowe abbia proposto di vietare il quantitative easing e abbia elogiato le politiche di Javier Milei in Argentina.

È qui che emerge una novità politica spesso sottovalutata. La nuova destra radicale europea non vuole limitarsi ai temi identitari. Sta cercando di costruire una propria agenda economica. Ed è proprio questa componente che potrebbe renderla molto più competitiva rispetto alle tradizionali formazioni nazionaliste.

L’iniziativa “Save Europe”, che punta a imporre il tema della remigrazione nell’agenda europea, rappresenta il primo tentativo di creare una piattaforma transnazionale capace di unire movimenti oggi frammentati. Le probabilità di successo istituzionale sono praticamente nulle. Ma il valore politico dell’operazione è altrove: mobilitare una base militante che da anni non trovava un progetto comune.

La vera domanda non è se queste forze vinceranno domani. La vera domanda è se l’Europa stia entrando nella stessa fase attraversata dagli Stati Uniti dieci anni fa.

All’epoca molti osservatori liquidavano Trump come un fenomeno marginale. Non compresero che stava nascendo qualcosa di diverso dal tradizionale conservatorismo americano. Oggi il rischio è commettere lo stesso errore.

Quando la destra radicale si limita alla protesta resta confinata ai margini. Quando invece riesce a combinare identità, sovranità ed economia, diventa una forza capace di contendere il potere.

È ciò che è accaduto negli Stati Uniti. Ed è esattamente ciò che alcuni movimenti europei stanno tentando di replicare.

Ignorarlo sarebbe un errore. Demonizzarlo senza comprenderlo sarebbe un errore ancora più grande.