
ILVA, LA CASSAZIONE SMONTA I GIUDICI DI MILANO; MA ORMAI È TROPPO TARDI
La Procura generale della Cassazione boccia le motivazioni con cui la Corte d’appello di Milano ha ordinato la sospensione dell’area a caldo dell’Ilva. Secondo i sostituti procuratori generali Giuseppe Fichera e Stanislao De Matteis, i giudici milanesi non avrebbero dimostrato l’esistenza di un pericolo concreto e attuale per la salute pubblica, limitandosi a richiamare rischi ipotetici e dati non aggiornati.
Due i punti centrali della contestazione: amianto e polveri sottili. Sul primo, la Procura rileva che non è stata accertata alcuna dispersione di fibre nell’ambiente. Sul secondo, contesta il ricorso a valutazioni epidemiologiche riferite a periodi precedenti, senza dimostrare l’esistenza di un rischio sanitario attuale.
Il principio è fondamentale: la tutela della salute prevale sugli interessi industriali, ma l’applicazione del principio di precauzione richiede una verifica rigorosa dei presupposti. Non basta evocare un rischio per ordinare la chiusura di uno stabilimento.
La Cassazione dovrà pronunciarsi il 20 ottobre. Ma nel frattempo il danno industriale rischia di essere irreversibile. Gli approvvigionamenti minerari sono stati fermati da agosto e gli impianti avviati verso lo spegnimento. Il Governo ha preferito attendere la Cassazione per intervenire, salvo poi preparare un decreto destinato essenzialmente a estendere la cassa integrazione.
Ed è qui che emerge la dimensione politica della vicenda.
I provvedimenti del Tribunale e della Corte d’appello appaiono privi di un adeguato fondamento tecnico. I rilevamenti ufficiali mostrerebbero che a Taranto le concentrazioni di polveri sottili sono ormai inferiori persino a quelle di Milano, mentre l’amianto risulta incapsulato secondo le prescrizioni di legge.
Ma la questione supera Taranto. Se dovesse affermarsi il principio secondo cui un rischio soltanto ipotetico è sufficiente a fermare un impianto industriale, senza una rigorosa verifica scientifica, una parte enorme dell’apparato manifatturiero italiano diventerebbe vulnerabile a ricorsi giudiziari.
Secondo questa valutazione, fino a due terzi degli stabilimenti italiani potrebbero essere esposti al rischio di chiusura, con migliaia di cause promosse per bloccare le attività produttive.
Non è dunque soltanto il destino dell’Ilva a essere in discussione. È il rapporto tra magistratura, politica e industria. E soprattutto la capacità dello Stato di difendere la propria base produttiva.
Perché un Paese che rinuncia a produrre acciaio non sta facendo una scelta ambientale. Sta rinunciando a un pezzo della propria sovranità industriale.
Il Ministro delle Imprese Adolfo Urso non ha nulla da dire a riguardo?


