La lezione della peste russa

La lezione della peste russa

07 ottobre 2026

Una ricercatrice di 28 anni muore in Siberia dopo una grave polmonite di origine sconosciuta. Normalmente sarebbe una tragedia destinata a rimanere confinata nelle cronache locali. Ma Darya Shipilova lavorava all’Istituto anti-peste di Irkutsk, un laboratorio che manipola alcuni dei patogeni più pericolosi al mondo, compreso lo Yersinia pestis, il batterio responsabile della peste.

Ed ecco che la storia cambia completamente.

Secondo alcune ricostruzioni, Shipilova avrebbe contratto la peste polmonare dopo la rottura accidentale di una provetta. Mosca nega qualsiasi incidente. Ma circa 200 persone sarebbero state poste sotto osservazione medica, alcune aree dell’ospedale sono state isolate e la responsabile dell’agenzia sanitaria russa si è recata personalmente in Siberia. Per ora, comunque, non risultano ulteriori contagi e l’Organizzazione mondiale della sanità considera basso il rischio per la Russia.

Il punto però va molto oltre Irkutsk.

La Russia ha ereditato dall’Unione Sovietica Biopreparat, il più grande programma conosciuto di armi biologiche della storia, che lavorava tra l’altro su antrace e vaiolo e continuò clandestinamente anche dopo l’adesione sovietica alla Convenzione sulle armi biologiche del 1972.

Questo non significa che a Irkutsk si stesse costruendo un’arma biologica. Non esiste oggi alcuna prova che la ricercatrice sia entrata in contatto con una versione modificata della peste, né tantomeno che la Russia stia sviluppando un’arma pandemica. E la peste, se diagnosticata rapidamente, può essere curata con antibiotici.

Il vero problema è un altro.

La capacità mondiale di lavorare su patogeni estremamente pericolosi è aumentata dopo il Covid. È comprensibile: vaccini, diagnosi e contromisure mediche sono ormai questioni di sicurezza nazionale. Ma più laboratori significano inevitabilmente più possibilità di incidente. Le procedure possono fallire, i campioni possono essere manipolati male e gli esseri umani commettono errori. È già successo con la SARS dopo l’epidemia del 2003.

 

E sei anni dopo il Covid il mondo non ha ancora risolto il problema fondamentale: come stabilire rapidamente e in maniera credibile se un’epidemia sia naturale oppure provocata da un incidente di laboratorio.

 

L’Organizzazione mondiale della sanità può chiedere informazioni, ma non può obbligare uno Stato sovrano ad aprire i propri laboratori agli investigatori. Gli altri strumenti internazionali sono stati costruiti soprattutto per indagare sull’uso deliberato di armi biologiche, non per effettuare un’indagine forense su un possibile incidente.

Ed è qui che Irkutsk diventa una lezione geopolitica.

Non sappiamo ancora se Shipilova sia morta di peste. Non sappiamo se sia stata contaminata nel laboratorio. Non abbiamo prove di un patogeno modificato.

Ma nel vuoto tra ciò che sappiamo e ciò che possiamo immaginare nasce inevitabilmente il sospetto. Il Covid avrebbe dovuto insegnarcelo.

A quanto pare, non lo ha fatto.