
Ilva, un insopportabile gioco di specchi
«Taranto e Genova non chiudono e continuano a produrre». I commissari di Acciaierie d’Italia lo scrivono nero su bianco. A Taranto e Genova si andrà avanti richiamando dalla Cigs il personale necessario; a Novi Ligure si cerca una soluzione analoga. Dunque, assicurano, nessuno stabilimento chiude.
È il genere di comunicazione che trasforma una parola in una cortina fumogena. Produzione. Ma quale produzione? E soprattutto: con quale impianto?
Perché il punto è semplice, e proprio per questo viene accuratamente aggirato: senza ciclo integrale, l’Ilva è chiusa. Senza altoforni e cokerie non c’è l’Ilva. E altoforni e cokerie non ci saranno più. Si potrà tenere aperto un cancello, richiamare una parte del personale, far funzionare qualche reparto. Ma non si può chiamare continuità industriale ciò che industrialmente non continua.
E allora ecco l’ennesima fuffa: comunicati che parlano di stabilimenti che non chiudono, di produzione che prosegue e di soluzioni allo studio. Parole buone per le redazioni, per i politici di ogni colore e per i sindacati. Tutti potranno rilanciarle, tutti potranno dire che l’acciaieria è ancora viva. Purché nessuno pronunci la frase che conta: senza altoforni e cokerie, l’Ilva è finita.


