La corsa dell’oro: quando la scarsità incontra la geopolitica

La corsa dell’oro: quando la scarsità incontra la geopolitica

30 gennaio 2026

A differenza delle valute a corso legale, oro e bitcoin condividono una caratteristica cruciale: la scarsità. Bitcoin ha un tetto algoritmico invalicabile di 21 milioni di unità. L’oro è limitato fisicamente: le riserve estraibili sono stimate tra 50 e 57 mila tonnellate, sufficienti — ai ritmi attuali — per altri 16–20 anni. È questa tensione sul lato dell’offerta a renderli “preziosi”.

Ma l’offerta dell’oro è meno rigida di quanto sembri. Scoprire nuovi giacimenti economicamente sfruttabili è sempre più difficile: solo circa il 10% delle scoperte diventa una miniera profittevole. Tutto dipende dal prezzo di lungo periodo e dalla capacità industriale di chi estrae. Se i picchi oltre i 5.000 dollari l’oncia si riveleranno sostenibili, l’equazione sul lato dell’offerta cambierà strutturalmente.

È esattamente la scommessa di Zijin Gold. Il gruppo minerario cinese, quarto al mondo, sta sfruttando il boom per espandersi aggressivamente. La scorsa settimana ha annunciato l’acquisizione della canadese Allied Gold, attiva in Mali, Costa d’Avorio e con un nuovo progetto in Etiopia. L’operazione segue di poche settimane la quotazione di Zijin a Hong Kong, che ha raccolto quasi 2,7 miliardi di euro, destinati a nuove acquisizioni e alla modernizzazione delle miniere nei prossimi cinque anni. Quando i cinesi entrano nell’estrazione mineraria, lo fanno per fare profitti — e per restarci.

La domanda, intanto, è strutturalmente solida. Deutsche Bank ha alzato il target dell’oro a 6.000 dollari; altri istituti restano più prudenti, ma sempre sopra i 5.000. Il vero spartiacque è stato politico: il congelamento degli asset russi nel 2022 ha reso evidente il rischio giuridico delle riserve in valuta. Da allora, le banche centrali acquistano oltre 1.000 tonnellate l’anno.

La mappa globale dell’estrazione mineraria sta quindi per essere riscritta. E non riguarda solo l’oro, ma l’intero settore dei metalli, anche industriali, come testimoniato dal rame, che ieri ha sfiorato i 15.000 dollari la tonnellata.

E l’Italia? In attesa che il Governo determini una strategia sulle materie prime, invia una delegazione del MIMIT in Sudafrica per partecipare il prossimo 10 febbraio all’evento “Italy-Africa Partnership opportunities in critical minerals”. Peccato che chi rappresenterà il nostro Paese non abbia alcuna competenza nel settore delle materie prime.

Evidentemente, le continue figuracce collezionate dal dicastero guidato da Adolfo Urso sulla questione dell’ex Ilva — l’opzione Flacks sarà l’ennesimo fallimento, perché le acciaierie italiane continueranno a rimbalzare le pressioni di via Veneto — non sono state sufficienti. Alcuni dossier strategici non possono essere gestiti solo dalla politica.

Occorrono i tecnici. Quelli veri. Ma per Urso tutto questo è evidentemente inaccettabile. Peccato che, nel contesto geopolitico attuale, in cui gli americani non ci tuteleranno più come una volta, non possiamo più permetterci errori di questo genere.