
La favola del surplus cinese
C’è qualcosa di paradossale nel dibattito europeo sulla Cina. Bruxelles denuncia Pechino come la grande potenza mercantilista del XXI secolo: sussidi pubblici, sovraccapacità produttiva, cambio competitivo, export aggressivo. Tutto vero. Ma c’è un dettaglio che l’Europa sembra aver dimenticato.
Per oltre un decennio è stata proprio l’Eurozona a fare esattamente la stessa cosa.
Uno degli errori più frequenti in economia internazionale consiste nel fissarsi sul deficit commerciale bilaterale. L’Europa importa molto più dalla Cina di quanto esporti. Ma questo, da solo, dice poco. Quello che conta è il saldo complessivo delle partite correnti. E qui emerge una realtà scomoda: negli ultimi quindici anni anche l’Europa è stata uno dei maggiori esportatori mondiali di risparmio. Il surplus tedesco, in rapporto al PIL, è rimasto su livelli non lontani da quello cinese.
La differenza è che oggi il mercantilismo viene chiamato “modello cinese”. Ieri si chiamava semplicemente “modello tedesco”.
Dopo la crisi finanziaria del 2008 e quella dell’euro, Bruxelles impose l’austerità come unica terapia possibile. La domanda interna fu compressa, gli investimenti rallentarono e la crescita rimase anemica. Il risultato fu un gigantesco surplus esterno. Non perché l’Europa fosse improvvisamente diventata più competitiva, ma perché consumava e investiva meno di quanto producesse.
Ed è qui che cade uno dei miti più radicati.
Un surplus delle partite correnti non è necessariamente un segnale di forza. Può essere il sintomo opposto: investimenti insufficienti, domanda debole e capitale che non trova impiego nell’economia domestica.
È esattamente il problema che oggi viene attribuito alla Cina.
Pechino produce più di quanto il proprio mercato interno riesca ad assorbire e scarica l’eccesso di produzione sui mercati internazionali. Ma anche l’Eurozona, dopo il 2012, esportava all’estero il proprio eccesso di risparmio perché aveva rinunciato a investire abbastanza in casa.
Questo non assolve la Cina. I sussidi, le distorsioni concorrenziali e l’intervento dello Stato restano problemi reali. Ma se l’Europa vuole affrontare gli squilibri globali dovrebbe evitare di raccontarsi una storia troppo comoda, quella in cui esistono soltanto vittime e colpevoli.
La verità è meno rassicurante.
Per anni Bruxelles ha considerato il surplus commerciale una prova di virtù economica. Oggi lo definisce una minaccia quando appartiene alla Cina.
Le regole, evidentemente, cambiano a seconda di chi accumula il surplus


