
Washington ha trovato il vero tallone d’Achille dell’Iran
Negli ultimi anni molti hanno raccontato l’influenza iraniana sull’Iraq come un fatto militare. In realtà era soprattutto un fatto finanziario.
Le milizie sciite sopravvivevano grazie a un sistema di rendite, appalti pubblici, corruzione e accesso privilegiato ai dollari. Ed è proprio su questo meccanismo che Washington ha deciso di colpire.
Dopo l’escalation regionale e gli attacchi contro installazioni occidentali, gli Stati Uniti non hanno risposto soltanto con la deterrenza militare. Hanno utilizzato l’arma più efficace: il controllo del sistema finanziario iracheno.
Dal 2003, infatti, i proventi petroliferi dell’Iraq vengono depositati presso la Federal Reserve di New York. Per alimentare un’economia ancora fortemente basata sul contante, la Banca Centrale irachena riceve periodicamente spedizioni di banconote da cento dollari provenienti dagli Stati Uniti.
Quando Washington ha sospeso per quattro mesi circa 500 milioni di dollari destinati a Baghdad, il messaggio è stato inequivocabile: senza trasparenza non ci saranno dollari.
Il rischio di una crisi del dinaro e dell’esplosione del mercato nero ha costretto il governo iracheno a scegliere tra la stabilità economica e la protezione delle reti di influenza legate all’Iran.
La scelta è arrivata rapidamente. Arresti eccellenti, controlli più rigorosi e verifiche sui flussi finanziari hanno convinto gli Stati Uniti a ripristinare le spedizioni di contante.
Il risultato va oltre la cronaca giudiziaria. Per la prima volta da anni Baghdad ha dimostrato che il vero punto debole delle milizie filo-iraniane non è l’apparato militare, ma il sistema economico che ne finanzia la sopravvivenza.
La lezione è semplice: in Medio Oriente il potere non si misura soltanto con missili e droni. Si misura soprattutto con l’accesso ai dollari. E quando Washington decide di chiudere quel rubinetto, anche gli equilibri politici più consolidati possono cambiare molto più velocemente di quanto riescano a fare le armi.
LA SASSATA

Il problema del Green Deal, caro De Bortoli, non è mai stato l’obiettivo, ma il metodo.

Generali: cacciati dalla porta, i francesi tentano di rientrare dalla finestra (con qualche complicità italiana)…
