
La Francia scopre il prezzo del debito
Per anni la Francia ha vissuto nell’illusione che il debito fosse praticamente gratuito. Oggi quella stagione è finita. E i mercati stanno iniziando a presentare il conto.
Il rendimento del decennale francese ha sfiorato il 4%, un livello che non si vedeva dalla crisi finanziaria del 2008. Nello stesso periodo anche il Bund tedesco è salito oltre il 3%. Dietro il movimento c’è certamente il ritorno delle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, con il Brent vicino ai 97 dollari e il rischio di una nuova ondata inflazionistica che potrebbe costringere la BCE a mantenere una politica monetaria più restrittiva.
Ma la geopolitica spiega soltanto una parte della storia.
L’altra è tutta francese.
Tra meno di un anno il Paese voterà per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. I sondaggi continuano a indicare un possibile ballottaggio con Marine Le Pen protagonista, mentre il fronte centrista appare ancora frammentato. Per gli investitori il problema non è soltanto chi vincerà. È quale politica fiscale seguirà il prossimo governo.
Per anni i tassi prossimi allo zero hanno permesso a Parigi di accumulare debito senza pagarne realmente il costo. Oggi rifinanziare quel debito costa tra il 3,7% e il 4%. Secondo Natixis, la spesa per interessi potrebbe quasi raddoppiare, passando da circa 60 miliardi di euro nel 2025 a 110 miliardi nel 2028, fino a sfiorare 137 miliardi nel 2030.
A quel punto gli interessi assorbirebbero oltre il 3% del PIL. Una dinamica che restringe inevitabilmente gli spazi per finanziare welfare, investimenti e difesa.
I mercati osservano con attenzione anche il confronto con l’Italia. Fino a pochi anni fa era Roma a pagare sistematicamente un premio per il rischio rispetto alla Francia. Oggi il differenziale si è praticamente azzerato. Francia e Italia si finanziano agli stessi tassi, mentre lo spread con la Germania è salito da 60 a 80 punti base.
È un cambiamento simbolico oltre che finanziario.
Il messaggio dei mercati è semplice: il rischio non dipende solo dal livello del debito, ma dalla credibilità politica di chi dovrà gestirlo.
Ed è proprio qui che emerge il nodo centrale. Tutti i partiti francesi riconoscono la necessità di ridurre la spesa pubblica, contenere il deficit e affrontare la riforma delle pensioni. Ma nessuno vuole dire agli elettori dove taglierà o chi dovrà lavorare più a lungo.
Per anni la politica ha rinviato il problema confidando nei tassi bassi della BCE. Oggi quel paracadute non esiste più.
E quando il denaro torna ad avere un prezzo, anche le promesse elettorali tornano a fare i conti con la matematica.


