La Francia scopre il tallone d’Achille del nucleare

La Francia scopre il tallone d’Achille del nucleare

25 giugno 2026

L’Europa rischia di scoprire nel modo più doloroso possibile che la transizione energetica non è soltanto una questione di investimenti, tecnologie o obiettivi climatici. È anche, e forse soprattutto, una questione di fisica.

In Francia, patria dell’energia nucleare e primo esportatore netto di elettricità del continente, il caldo sta iniziando a spegnere i reattori. Non per guasti, non per sabotaggi, non per mancanza di combustibile. Semplicemente perché i fiumi sono troppo caldi.

La Francia dispone di 57 reattori nucleari che producono abitualmente oltre due terzi dell’elettricità nazionale e consentono a Parigi di esportare energia verso Belgio, Germania, Italia e persino Regno Unito. Una rendita geopolitica costruita in decenni di investimenti e che oggi rappresenta uno dei pochi veri vantaggi competitivi europei nel settore energetico.

Eppure basta una settimana di temperature elevate per mettere in discussione questo modello. Diversi impianti lungo il Rodano stanno operando a capacità ridotta. La centrale di Golfech, sul fiume Garonna, è stata addirittura fermata completamente. Il motivo è tanto banale quanto inquietante: l’acqua utilizzata per raffreddare i reattori non può essere restituita ai corsi d’acqua a temperature tali da provocare danni ambientali.

Secondo EDF, la produzione nucleare francese risultava ieri inferiore del 7% rispetto alla domanda elettrica complessiva. Non è una quantità sufficiente a destabilizzare la rete nazionale. Ma è abbastanza per generare effetti a catena sul resto del continente.

Quando l’elettricità francese viene meno, i Paesi vicini devono accendere centrali alimentate a gas o carbone. È esattamente ciò che sta accadendo in questi giorni. I dati mostrano un aumento della generazione termoelettrica non soltanto in Germania, Belgio, Italia e Regno Unito, ma nella stessa Francia.

Il problema non è tanto l’episodio in sé, quanto la sua frequenza crescente. Le limitazioni alla produzione nucleare dovute alle alte temperature stanno diventando un fenomeno ricorrente. E quest’anno la Francia è già alla seconda ondata di calore prima ancora che il calendario segni luglio.

Qui emerge una contraddizione destinata ad accompagnarci per molti anni. L’energia nucleare è considerata da molti la soluzione ideale per decarbonizzare i sistemi elettrici garantendo al tempo stesso continuità produttiva. Ma proprio il cambiamento climatico che dovrebbe contribuire a mitigare rischia di comprometterne progressivamente l’efficienza operativa.

A rendere il quadro ancora più complesso vi è il fatto che le ondate di calore spesso coincidono con periodi di siccità. E la siccità significa minore disponibilità di acqua anche per l’idroelettrico, altra fonte fondamentale di generazione continua in Europa.

In altre parole, il continente si trova davanti a un paradosso energetico. Più aumentano le temperature, più cresce la domanda di elettricità per climatizzazione. Ma proprio nello stesso momento si riduce la capacità delle fonti che dovrebbero assicurare forniture stabili e a basse emissioni.

L’Europa ha trascorso anni discutendo di neutralità climatica. Ora dovrà iniziare a confrontarsi con una questione molto meno ideologica e molto più concreta: come mantenere acceso il sistema elettrico quando persino i fiumi diventano troppo caldi per raffreddare le centrali.