
L’IA promette di cambiare il mondo; ma prima dovrà superare un test molto più banale: dimostrare di saper pagare le bollette.
Da mesi i grandi colossi tecnologici stanno investendo somme astronomiche nella costruzione di nuovi centri dati, convinti che la domanda di servizi basati sull’intelligenza artificiale crescerà senza sosta. Dietro questa corsa esiste però una fragilità che il mercato sembra ignorare: i ricavi generati oggi da società come OpenAI e Anthropic non sono ancora sufficienti a sostenere gli impegni assunti.
Il problema è semplice. OpenAI e Anthropic hanno sottoscritto contratti miliardari per acquistare capacità di calcolo dai grandi fornitori di infrastrutture digitali, in particolare Microsoft, Amazon Web Services e Google. Questi ultimi, forti delle promesse di acquisto ricevute, stanno pianificando investimenti giganteschi in nuovi centri dati. Ma se la domanda finale dovesse rivelarsi inferiore alle aspettative, oppure se la concorrenza comprimisse i prezzi dei servizi offerti, l’intero meccanismo rischierebbe di incepparsi.
I numeri raccontano una storia meno trionfale di quella a cui Wall Street si è abituata. Nel 2026 OpenAI dovrebbe generare circa 23 miliardi di dollari di ricavi, una cifra lontanissima dai circa 120 miliardi di dollari annui necessari per sostenere i 600 miliardi di impegni complessivi presi nei confronti dei gestori di infrastrutture entro il 2030. In altre parole, i ricavi attuali coprirebbero meno di un quinto della fattura annuale per la capacità di calcolo.
Anthropic appare in una posizione più equilibrata. La società, che ha sviluppato il modello Claude, registra un ritmo di ricavi annualizzati vicino ai 47 miliardi di dollari, quasi sufficienti a coprire i circa 50 miliardi di spesa annua concordati con Amazon Web Services e Google.
Le proiezioni al 2030 rendono però il quadro molto più rassicurante. OpenAI stima ricavi per circa 280 miliardi di dollari, mentre alcune valutazioni attribuiscono ad Anthropic entrate superiori ai 240 miliardi. Se queste cifre si materializzassero, gli investimenti programmati apparirebbero ampiamente sostenibili.
Ma è proprio qui che emerge la grande scommessa dell’intelligenza artificiale. Per raggiungere tali obiettivi OpenAI dovrà trasformarsi in qualcosa di molto diverso dall’attuale ChatGPT, sviluppando attività nell’automazione aziendale, nella programmazione, nella ricerca online, nel commercio elettronico, nella pubblicità e forse persino nell’hardware.
Esiste infine un’altra ipotesi implicita: il costo della capacità di calcolo dovrà diminuire sensibilmente. Se ciò non accadesse, oppure se la competizione tra OpenAI, Anthropic e altri operatori imponesse una riduzione dei prezzi, la grande corsa ai centri dati potrebbe scoprire di poggiare su fondamenta assai meno solide di quanto oggi suggerisca l’entusiasmo dei mercati finanziari.
L’intelligenza artificiale potrebbe davvero inaugurare una nuova rivoluzione industriale. Per il momento, tuttavia, resta soprattutto una gigantesca scommessa sul fatto che i ricavi di domani saranno sufficienti a giustificare gli investimenti di oggi.


