la grande illusione cinese di Urso

la grande illusione cinese di Urso

15 maggio 2026

Il problema non è la Cina. Il problema è l’ingenuità con cui parte della classe dirigente italiana continua a considerare gli investimenti cinesi come una scorciatoia per salvare l’industria nazionale.

Le parole del ministro delle Imprese Adolfo Urso riecheggiano quelle del segretario generale della Fiom Nicola De Palma, che in una recente intervista al Corriere della Sera ha auspicato l’arrivo di capitali cinesi in Electrolux.

“Abbiamo detto all’inizio della legislatura che era necessario avere nel nostro Paese anche una seconda casa automobilistica – ha detto Urso – credo che non una, ma forse piu’ di due o anche piu’ di tre (case automobilistiche cinesi, ndr.) stiano pensando” di investire “nel nostro Paese siano benvenuti, tanto piu’ alla luce del fatto che Stellantis intende realizzare con queste case automobilistiche una partnership non meramente commerciale”, ha aggiunto Urso.

È una linea di pensiero, quella dell’insolita coppia Urso-FIOM, che continua a ripresentarsi ciclicamente in Italia: quando un’azienda europea entra in difficoltà, qualcuno immagina che la soluzione possa arrivare da Pechino.

Ma forse sarebbe il caso di spiegare sia a Urso sia a De Palma come funziona davvero il modello industriale cinese.

Quando un gruppo cinese rileva un concorrente europeo, il primo obiettivo non è “salvare l’occupazione”. È integrare quel marchio dentro la filiera industriale cinese. Tradotto: ogni componente che non ha costi competitivi rispetto alla produzione domestica viene progressivamente sostituito con forniture importate dalla Cina.

Se questo non basta a riportare i margini in territorio positivo, il passaggio successivo è ancora più semplice: si smette di produrre in Europa e si importa direttamente il prodotto finito dalla Cina, mantenendo magari qualche attività logistica o commerciale per dare l’impressione che il presidio industriale esista ancora.

Tutto questo è perfettamente coerente con la strategia industriale cinese. Pechino non compra aziende europee per fare beneficenza occupazionale. Compra marchi, reti distributive e quote di mercato dove scaricare l’enorme eccesso di capacità produttiva accumulato in patria.

È il punto che gran parte della classe dirigente italiana continua ostinatamente a non capire. La Cina oggi soffre di sovracapacità industriale in una quantità impressionante di settori: automotive, batterie, elettrodomestici, acciaio, pannelli solari, chimica. Per mantenere in funzione il proprio apparato produttivo ha bisogno di esportare deflazione industriale nel resto del mondo.

In questo schema, l’Europa non è un partner. È un mercato finale da conquistare.

E l’Italia rischia di diventare il terreno ideale di questa strategia perché continua a confondere il salvataggio finanziario di breve periodo con la tutela industriale di lungo termine.

Urso dovrebbe essere il ministro incaricato di difendere il Made in Italy. Invece sembra sempre più impegnato nella ricerca disperata di una toppa politica per coprire il fallimento delle proprie politiche industriali. Il caso Ilva ne è la dimostrazione più evidente: anni di annunci, tavoli, commissariamenti e soluzioni mai realmente risolutive.

Ora la nuova illusione sarebbe quella di affidare pezzi dell’industria italiana ai gruppi cinesi sperando che questi mantengano occupazione e produzione sul territorio nazionale.

Ma la realtà è che, nel momento in cui il controllo industriale passa a Pechino, le decisioni strategiche vengono prese sulla base degli interessi della manifattura cinese, non di quella italiana.

E la manifattura cinese non ha alcun interesse a preservare una filiera europea ad alto costo se può sostituirla con capacità produttiva domestica già esistente e sovvenzionata.

La domanda allora è semplice: qualcuno lo ha spiegato a Urso? Oppure al ministero delle Imprese pensano davvero che la Cina venga in Italia per salvare il Made in Italy anziché per usarne i marchi come cavalli di Troia commerciali?