L’informazione rapida e asciutta di RaiNews24 mette a fuoco l’inconsistenza degli inviati del TG1

I Tg di Rai News 24 sono probabilmente di gran lunga i migliori di tutta la Rai. Ben scritti e con conduttori giovani, bravi, essenziali, lontani anni luce dalle cariatidi che affollano i notiziari delle altre reti. Un nome su tutti? Chiara Paduano. Buca il video. Uno sguardo vivo, pulito, dolce. Una voce senza inflessioni. Un modo perfetto di porgere le notizie. Chiara (di nome e di fatto) e mai invasiva. Chapeau. Ed è in buona compagnia. Altro bell’esempio di conduzione quello di Micol Pieretti. E che dire dell’inossidabile Paolo Cappelli…. Ma i meriti di Rai News non si fermano qui. Per tutta la prima fase della guerra in Ucraina ha di fatto rappresentato la colonna vertebrale dell’informazione Rai in loco. I suoi inviati hanno coperto con bravura la fame di notizie che tutti noi avevamo (e tuttora abbiamo). E lo hanno fatto – come sempre – in maniera asciutta, essenziale, senza le irritanti bellurie degli inviati di testate più note e seguite. E’ il grande vantaggio di lavorare con percentuali di ascolti molto bassi: puoi crescere meglio e più rapidamente, non ti riconoscono al ristorante, nessuna gratta la pancia alla tua vanità. Così diventi bravo, ti focalizzi su come informare bene e non sul morettiano “mi si nota di più se….”.
E infatti – puntualmente – non appena cala l’apporto di Rai News e risale quello degli inviati “di testata” balza subito all’occhio la differenza. Il Tg1 è un esempio da manuale. Rientra Piagnerelli, arriva Bona. Che si farà (forse) ma, per ora, Piagnerelli vince a mani basse.
Fra le tanti lodi a Rai News anche una critica. E’ comparso in studio il mug (in italiano si direbbe “tazza” ma in inglese è molto ma molto più figo) con tanto di logo Rai. Perché l’ennesima scopiazzatura di un mondo – quello anglosassone – che non ci appartiene? Per comunicare subliminalmente “sono uno/a di voi che siete a casa a fare colazione o a prendere il te” e quindi sono affidabile? Quanto sono stucchevoli queste “iniezioni” gratuite e inutili di americanità. Aveva cominciato Gianni Riotta con le sue camicie bianche senza giacca (gli americani liberal – quelli sì che sono bravi – fanno così…), poi ci si è messa la Maggioni con la sua “bulimia nominatoria” per cui in studio, quando sei in diretta, devi chiamare l’inviato per nome, cognome e ancora nome. E lui deve inserire nella risposta il nome del conduttore. Anche qui, che cosa diavolo vuoi comunicare, armonia (che raramente c’è), amicizia (ancora meno)? Vuoi rimarcare il valore della casta giornalistica a fronte dello spettatore che si trova fuori da questo cerchio magico? La credibilità non viene dai sorrisi falsi come Giuda ma dalla qualità di quello che trasmetti. Senza scopiazzare penosamente altrove (tanto per cambiare gli Stati Uniti…).
Del resto evocare sensazioni esotiche è da sempre un classico della pubblicità. Basti pensare – uno su tutti – al mitico tenente Sheridan. Evocazioni che continuano tutt’ora al punto che sono molte le pubblicità con lo slogan (gli esperti dicono claim) pronunciato in inglese. Passi se lo legge un madrelingua. Non passi se è un italiano a parlare che, per quanto si sforzi, sempre aapprossimativo sarà. E allora, invece di fare gli americani (vero Moriconi Nando) una bella frase in italiano, no? Siamo bravini anche noi. Una volta c’era un eccellente PR di se stesso. Si chiama Giulio Cesare. Si inventò Veni, Vidi, Vici. Non so quale pubblicitario saprebbe fare meglio….
Per non parlare dei profumi. Con una particolarità. Lì il claim è per forza di cose, nel 99 per cento dei casi, in francese (in italiano va poco bene, forse puzza. Chissà..). E deve essere (per contratto?) biascicato con un suono svogliato a metà tra il “non mi rompere le palle” e “che ci faccio io qui”. E poi l’ambientazione. Sempre lo stesso schema: giovani imbronciati, ragazze-copertina, paesaggi indecifrabili o località da sogno. Infine l’immancabile farfugliamento. Ma non si può provare a fare qualche cosa di diverso?

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