L’intelligenza artificiale finirà per essere nazionalizzata?

L’intelligenza artificiale finirà per essere nazionalizzata?

13 settembre 2026

Sam Altman ha annunciato che OpenAI non si quoterà in Borsa quest’anno. La motivazione ufficiale sono i problemi di sicurezza: «Con tutto quello che sta accadendo, questo sarebbe un momento sconsigliabile per quotarsi». Quando gli è stato fatto notare che eventuali pause nello sviluppo costerebbero parecchio agli investitori, la risposta è stata chiara: vi avevamo avvertito che questo momento sarebbe potuto arrivare; cercheremo comunque di farvi guadagnare in futuro.

La traduzione più cinica è semplice: i soldi stanno finendo e gli investimenti nei centri elaborazione dati rischiano una frenata. Ma potrebbe esserci qualcosa di più profondo.

Fino a ieri Stati Uniti e Cina sostenevano di dover fare qualunque cosa pur di arrivare per primi all’intelligenza artificiale generale. Ci veniva raccontato che l’intelligenza artificiale stava ormai imparando a svilupparsi autonomamente, mentre persino gli Houthi la utilizzavano per progettare armi e ingannare il nemico. Poi, quasi improvvisamente, arrivano gli inviti a rallentare, l’apparente disponibilità cinese a fare altrettanto, il rinvio della colossale quotazione di OpenAI, l’aumento dei rendimenti obbligazionari e i limiti fisici rappresentati da energia, reti elettriche, metalli e capacità di calcolo.

La sequenza merita attenzione. L’intelligenza artificiale non è semplicemente un settore industriale: è sicurezza nazionale. Ma costruirla costa cifre mostruose e richiede competizione, capitale privato e la genialità imprenditoriale che le burocrazie pubbliche raramente possiedono.

Era quindi logico lasciare che fossero gli investitori a finanziare la corsa, sopportandone costi e rischi.

Almeno fino al momento in cui l’atomo fosse stato davvero «spezzato».

A quel punto lo Stato avrebbe potuto intervenire, appropriarsi dei risultati e decidere chi avrebbe avuto accesso alla tecnologia autentica e chi soltanto a una versione depotenziata e controllata. Non sappiamo se stia già accadendo. Ma pensare che Washington permetta a società private e mercati finanziari di controllare indefinitamente una tecnologia più strategica dell’arma nucleare sarebbe, questo sì, piuttosto ingenuo.