L’Italia spegne l’altoforno, l’Europa (e soprattutto la Germania) no

L’Italia spegne l’altoforno, l’Europa (e soprattutto la Germania) no

11 settembre 2026

Oggi è un brutto giorno per l’industria italiana. La Corte d’Appello civile di Milano ha respinto la richiesta di sospendere il provvedimento che impone il blocco dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto entro il 28 ottobre. Il conto alla rovescia continua.

La decisione non era inattesa. Era difficile immaginare che la Corte d’Appello smentisse il decreto emesso a luglio. Resta però intatta la gravità di ciò che sta accadendo: un provvedimento che è palesemente infondato e mette la parola fine alla produzione italiana di acciaio da altoforno. Il nuovo pronunciamento si guarda bene dall’entrare nel merito e si rifugia sul terreno del pericolo grave e irreparabile. Ma pace.

È desolante che la magistratura non colga la strategicità di Taranto. Ma sarebbe troppo comodo attribuirle tutta la responsabilità.

Il disastro dell’ex Ilva porta anche la firma di una classe politica, soprattutto di sinistra, che per anni ha considerato l’industria pesante un residuo del passato da sacrificare sull’altare dell’ambientalismo ideologico. E porta la firma di sindacati che hanno difeso i posti di lavoro a parole, senza riuscire a imporre una vera strategia industriale.

La pietra tombale l’ha poi messa il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso a cui nessuno ha mai spiegato che green deal e industria non potranno mai andare d’accordo. Ma evidentemente non ha voluto mai realmente incalzare Bruxelles su questo.

Il risultato è che oggi rischiamo di perdere contemporaneamente fabbrica, occupazione e sovranità produttiva. Un capolavoro.

Non stiamo parlando di un impianto qualunque, ma dell’unico grande stabilimento italiano capace di garantire una produzione integrata di acciaio. Spegnere l’area a caldo non significa premere un interruttore: significa compromettere il cuore industriale di Taranto e rendere sempre più difficile una futura ripartenza.

Il paradosso è clamoroso. Mentre l’Europa riscopre la sicurezza economica e la necessità di proteggere le catene di approvvigionamento, l’Italia rinuncia a una capacità industriale strategica essenziale.

Nel resto d’Europa sono attivi 25 impianti ad altoforno: ben 15 si trovano in Germania e coprono circa due terzi della produzione tedesca di acciaio. Berlino conserva la propria struttura industriale. Roma sembra decisa a smantellarla.

L’acciaio ottenuto attraverso il ciclo integrale presenta, per determinate produzioni, caratteristiche qualitative che il forno elettrico non può sostituire automaticamente.

Pensare che basti convertire tutto all’elettrico è una scorciatoia narrativa, non una politica industriale. Senza Taranto, l’Italia dovrà importare una quota crescente dell’acciaio di qualità di cui ha bisogno, trasferendo all’estero valore aggiunto, occupazione e potere contrattuale.

 

Un Paese che rinuncia a produrre acciaio rinuncia a una parte della propria sovranità. Diventa più dipendente dall’estero, più vulnerabile alle crisi geopolitiche e più esposto ai prezzi e alla disponibilità delle forniture.

Senza acciaio primario, la manifattura italiana poggia su fondamenta sempre più fragili.

 

Scommettiamo che, quando ci accorgeremo del danno, gli stessi politici, magistrati e sindacalisti che hanno accompagnato l’ex Ilva verso il baratro ci spiegheranno che era inevitabile?

Non lo era. È stata una scelta. E rischia di trasformarsi in una tragedia industriale nazionale.