
L’UCRAINA HA IL GRANO. MA NON SA PIÙ COME FARLO USCIRE
La guerra in Ucraina sta tornando a colpire uno dei punti più delicati dell’economia mondiale: il grano. Questa volta, però, il problema non è soltanto la Russia.
È una combinazione quasi perfetta di missili russi, siccità sul Danubio e protezionismo europeo.
L’Ucraina normalmente esporta via mare oltre il 90% dei propri prodotti agricoli. Ma dalla fine di luglio nessuna nave cerealicola è entrata nei porti intorno a Odesa, nonostante siano formalmente aperti.
Il motivo è semplice: nessuno vuole rischiare la nave e l’equipaggio.
A luglio un missile russo ha colpito una nave carica di mais in uscita dal porto, uccidendo dieci persone. La nave è affondata una settimana dopo. Da allora equipaggi e armatori hanno iniziato a rifiutarsi di entrare nei porti ucraini.
Il risultato comincia a vedersi nei numeri.
Nei primi nove giorni di agosto l’Ucraina ha esportato appena 463.000 tonnellate di cereali, circa un terzo del ritmo normale. Se la situazione continuerà, quando arriverà il nuovo raccolto a novembre potrebbe addirittura mancare lo spazio per immagazzinarlo.
Kiev ha chiesto alla Commissione europea 220 milioni di euro di aiuti per permettere alle aziende agricole di conservare il raccolto senza essere costrette a venderlo a prezzi stracciati.
Ma i soldi comprano tempo. Non risolvono il problema logistico.
L’alternativa sarebbe tornare a esportare attraverso Romania, Polonia, Ungheria, Slovacchia e Moldova.
Ed è qui che comincia il secondo fronte.
Trasportare il grano su ferrovia e strada costa 50-70 dollari in più per tonnellata. Nel 2022, quando i prezzi agricoli erano esplosi, quel costo poteva essere assorbito. Ai prezzi attuali l’operazione diventa antieconomica.
Anche il Danubio, principale alternativa verso il porto romeno di Costanza, sta creando problemi: la siccità ha abbassato il livello dell’acqua e ridotto la capacità di trasporto.
Rimane la Polonia.
Ma Varsavia ha già fatto sapere che l’embargo sulle importazioni ucraine resterà. Può transitare, ma non essere venduto sul mercato polacco.
Perché qui la geopolitica incontra la politica interna.
Nel 2023 e 2024 gli agricoltori polacchi bloccarono i confini sostenendo che parte del grano destinato semplicemente ad attraversare il Paese finisse invece sul mercato interno, comprimendo i prezzi. Oggi Kiev assicura che non accadrà: le quote europee limitano inoltre le vendite ucraine di grano nell’Unione a 1,3 milioni di tonnellate l’anno.
Gli agricoltori polacchi non ci credono.
Ed ecco il paradosso.
L’Ucraina possiede il grano. Asia e Africa ne hanno bisogno. Ma tra il produttore e il consumatore troviamo missili sul Mar Nero, poca acqua sul Danubio, costi ferroviari proibitivi e frontiere europee politicamente esplosive**.
Il ministro dell’Agricoltura ucraino Taras Vysotskyi avverte che, continuando così, i prezzi alimentari mondiali potrebbero aumentare del 25-30%.
È una lezione che abbiamo già imparato nel 2022.
Le materie prime possono essere abbondanti sulla carta.
Ma una materia prima che non riesce a raggiungere il mercato è, economicamente, una materia prima che non esiste.


