Municipali francesi: Il cordone sanitario che si logora.

Municipali francesi: Il cordone sanitario che si logora.

16 marzo 2026

Per anni la politica francese è stata raccontata come un equilibrio relativamente stabile: il centro di Emmanuel Macron dominava la scena nazionale, mentre i partiti tradizionali — socialisti e gollisti — conservavano il controllo del territorio attraverso le amministrazioni locali. Le elezioni municipali appena svolte suggeriscono che questo schema stia iniziando a sgretolarsi.

Il dato politico più rilevante è l’avanzata simultanea dei due poli estremi. Da un lato il Rassemblement National, dall’altro La France Insoumise. Entrambi entrano nel secondo turno da posizioni di forza, con la capacità di influenzare fusioni di liste, accordi locali e geometrie variabili tra primo e secondo turno. Il Rassemblement National consolida roccaforti simboliche come Perpignan, Fréjus e Hénin-Beaumont, mentre ottiene risultati rilevanti anche in città strategiche come Marsiglia e Nîmes.

In parallelo, la destra legata a Eric Ciotti emerge come prima forza a Nizza. Il risultato riapre una domanda che fino a pochi anni fa sarebbe stata politicamente impronunciabile: i gollisti possono ancora governare senza dialogare con il RN?

Il cosiddetto “cordon sanitaire” resiste a livello nazionale, ma a livello municipale iniziano ad apparire crepe. Più alleanze locali tra le destre prenderanno forma, più diventerà difficile sostenere il firewall politico a Parigi.

Sul fronte opposto, La France Insoumise registra progressi significativi. In città come Lille, Roubaix e Toulouse sfiora la vittoria, mentre a Nantes e Parigi il peso elettorale diventa sufficiente per imporre negoziati con i socialisti. Il leader socialista Olivier Faure ha escluso accordi, ma l’autorità dei vertici nazionali sui territori appare sempre più fragile. Per LFI la strategia è chiara: mobilitare l’elettorato attorno alla narrativa dell’“argine antifascista”, lo stesso schema che nel 2024 permise alla sinistra di prevalere nelle elezioni legislative anticipate. Nel frattempo, il centro cerca di preservare il proprio spazio politico.

La vittoria di Édouard Philippe a Le Havre — con il 43% dei voti — rafforza la sua candidatura presidenziale per il prossimo anno. Ma il quadro complessivo racconta altro: la politica locale sta diventando il trampolino di lancio per le presidenziali.

 

In questo contesto, le élite europeiste guardano con crescente inquietudine anche a ciò che accade più a est. Donald Tusk ha recentemente evocato il rischio di una Polexit, attribuendolo alle posizioni di Law and Justice e della destra radicale di Confederation. Ma la sua reazione tradisce un errore strategico ricorrente: continuare a leggere l’euroscetticismo solo come nazionalismo o propaganda esterna. La realtà è più scomoda. Come ha dimostrato la Brexit, l’economia conta quanto l’identità politica. La promessa europea di prosperità e innovazione si è appannata. Regolazione e burocrazia vengono sempre più percepite come freni alla crescita. E quando l’Unione smette di apparire come una storia di successo economico, anche l’argomento principale del campo pro-europeo perde forza. Tusk continua a parlare di catastrofe, restando intrappolato nella logica della ‘strategia della paura’.

Ma se la narrativa non cambia, il rischio di una Polexit potrebbe essere molto più reale di quanto molti a Bruxelles siano disposti ad ammettere.