NATO, Hormuz e il prezzo dell’irrilevanza europea

NATO, Hormuz e il prezzo dell’irrilevanza europea

02 aprile 2026

La visita di Mark Rutte a Washington la prossima settimana arriva in un momento in cui il rapporto transatlantico sta subendo una ridefinizione silenziosa ma profonda. Non si tratta più soltanto di percentuali di PIL destinate alla difesa. Si tratta di qualcosa di più strutturale: la NATO, così come è concepita oggi, rischia di essere percepita a Washington come un’istituzione anacronistica — tanto quanto il modello europeo che rappresenta.

Il messaggio che filtra dagli ambienti americani è netto: chi comprende la nuova logica e si offre di lavorare all’interno di un framework rinnovato avrà accesso ai vantaggi della partnership. Chi invece resta ancorato ai vecchi schemi vedrà i propri piani sistematicamente ostacolati. Non è una minaccia velata. È una descrizione del nuovo criterio di selezione degli alleati.

Il teatro di riferimento è il Golfo. Washington guarda con crescente attenzione a chi è disposto a contribuire concretamente alla sicurezza dello Stretto di Hormuz — non a parole, ma attraverso posizioni difensive capaci di proteggere Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. È lì che si misura oggi l’utilità di un alleato. Ed è lì che l’Europa, nel suo complesso, appare assente.

Il quadro si aggrava con un dato di intelligence che circola negli ambienti americani: Teheran avrebbe pianificato la chiusura di Hormuz indipendentemente dall’evoluzione del conflitto in corso. Non come risposta, ma come mossa strategica autonoma. Se confermato, questo elemento trasforma l’intera geometria del rischio: non siamo di fronte a una crisi contingente, ma a una partita strutturale per il controllo delle vie energetiche globali.

In questo contesto, la pazienza americana nei confronti dell’Europa si sta esaurendo. La domanda che circola a Washington — “cosa può fare concretamente l’Europa per noi?” — non è retorica. È la sintesi di una frustrazione che si è sedimentata negli anni e che la crisi di Hormuz ha portato in superficie. L’unico argomento che tiene ancora in piedi la rilevanza europea è geopolitico: un’Europa che deriva verso l’asse cinese sarebbe più complicata da gestire per gli Stati Uniti rispetto a un’Europa inerte. Ma anche questa logica ha un limite. E la risposta americana a quel limite potrebbe essere drastica: non cooptare l’Europa, ma neutralizzarla.

Messaggio chiave: Hormuz non è solo una crisi energetica. È il banco di prova su cui si decide chi conta nel nuovo ordine globale. Per l’Europa, il tempo delle posizioni di comodo si sta chiudendo.