NOMINE: IL CASO ENI E I GATTOPARDI SBIADITI DELLE PARTECIPATE

NOMINE: IL CASO ENI E I GATTOPARDI SBIADITI DELLE PARTECIPATE

31 marzo 2026

C’è un momento, nella vita delle partecipate di Stato, in cui il cambio di stagione politica smette di essere una dichiarazione d’intenti e diventa una questione di organigrammi. È esattamente lì che siamo oggi, con il governo guidato da Giorgia Meloni che si trova davanti al classico nodo: continuità operativa o discontinuità reale?

E questa volta, più che una scelta, è una necessità politica. Dopo il risultato referendario – letto dentro la maggioranza come un segnale inequivocabile – la discontinuità non è mai stata così urgente. Non più rinviabile, non più aggirabile con compromessi di Palazzo. Serve un cambio di passo concreto, visibile, immediato. A maggior ragione se si pensa al voto politico e di protesta dei giovani: generazioni che in queste aziende trovano sempre meno spazio, sono marginalizzate e per necessità costrette a guardare altrove per liberare le proprie energie in maniera meritocratica.

Spoiler, insomma, deve significare discontinuità vera.

Perché se è vero che le grandi aziende pubbliche – da Eni in giù – hanno continuato a macinare risultati, è altrettanto vero che spesso lo hanno fatto seguendo traiettorie troppo autonome, quando non apertamente divergenti rispetto all’indirizzo politico dell’azionista di controllo. E questo, in un sistema come quello italiano, non è più considerato fisiologico. È diventato un problema.

 

IL TEMPO SCADUTO DELLE “OFFERTE” DEGLI AD

Il punto interessante è che la discontinuità non viene imposta soltanto dall’alto. Sta emergendo, in modo sempre più evidente, anche dal basso. Gli amministratori delegati stanno portando sul tavolo di Palazzo Chigi – e in particolare del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari – pacchetti di riorganizzazione pesanti. Non maquillage, ma vere e proprie riscritture interne che sono state richieste in maniera netta e perentoria da Palazzo Chigi.

Tradotto: nuovi nomi, nuovi equilibri, e soprattutto meno legami con le stagioni precedenti.

È un gioco a incastri. Da un lato c’è la politica che vuole marcare il territorio. Dall’altro ci sono manager che hanno capito perfettamente il vento e si stanno muovendo di conseguenza. Chi prima, chi dopo.

 

IL CASO EMBLEMATICO ENI: UN PROBLEMA NON SOLO POLITICO MA DI POSTURA

Dentro questo quadro si inserisce il caso di Claudio Granata. Figura storica e potente. E, proprio per questo, oggi considerata -in maniera trasversale nella maggioranza (chiedere a FdI e Lega in primis)- da tutti “fuori linea” rispetto al nuovo corso. Si scrive Direttore Stakeholders e Services, ma si legge “numero 2” del cane a sei zampe. In questa posizione di sostanza da più di 12 anni: un’oligarchia manageriale. Un capo struttura che annovera tra i suoi riporti un altro “residuato bellico” della peggior sinistra come Antonio Funiciello, attualmente responsabile Identity Management dell’azienda, ma già capo gabinetto di Mario Draghi e pure strettissimo collaboratore del precedente premier Paolo Gentiloni. Specializzato in nomine politicamente  “allineate”.

Qui il punto è più sottile: Granata non è semplicemente un manager “ereditato”. È il simbolo di un modo di stare dentro il potere che già nel 2023 (la prima tornata di nomine di questo governo) era fuori tempo massimo e che a Giorgia Meloni non è mai piaciuto. Quello del dirigente che riesce sempre a stare un passo di lato rispetto alla politica, qualunque essa sia. Che cambia pelle senza mai cambiare davvero.

Il problema è che questa volta non basta più.

 

TRA PETROLIO, VATICANO E RETI PROGRESSISTE

Nel frattempo, mentre a Roma si parla di riorganizzazioni e discontinuità, Granata trova anche il tempo di consolidare il suo posizionamento altrove: fresco di nomina in qualità di presidente della Fondazione Fratelli Tutti, guidata dal Cardinale Mauro Gambetti.

Un incarico elegante, istituzionale, perfetto. Anche troppo.

Uno dei principali meriti è stato anche il sostegno di Eni a un progetto significativo legato alla Basilica di San Pietro. Una di quelle operazioni dove energia e diplomazia si intrecciano con grande disinvoltura. E dove le persone contano più delle linee industriali e del costo dell’energia. Un supporto che in questa settimana potremmo definire “Sacrosanto”.

E poi c’è il sottobosco degli intrecci relazionali. Quello meno visibile ma spesso più rilevante.

In questo perimetro si inserisce anche il rapporto con figure come Padre Enzo Fortunato e come Angelo Chiorazzo, storico dominus della cooperativa Auxilium. Persona quest’ultima che per anni ha rappresentato un punto di riferimento in certi circuiti, ma che oggi viene descritta come in progressivo arretramento con il nuovo corso vaticano.

Un corso che, secondo diverse letture, sotto la spinta di Papa Leone avrebbe avviato una linea più severa, fatta di pulizia silenziosa e di un obiettivo chiaro: allontanare – senza troppo rumore – quelli che vengono percepiti come “mercanti nel tempio”.E padre Fortunato ne sa qualcosa. Segnali che il pontefice ha  appena dato anche con le nuove nomine in segreteria di Stato e alla Prefettura della Casa Pontificia.

Un cambio di clima che rende certe frequentazioni meno neutre di quanto potessero apparire in passato.

 

IL SALOTTO CHE STONA

Il punto, però, è anche chi si ritrova attorno a questi circuiti.

Tra gli ospiti e partecipanti alle attività della fondazione spuntano nomi come Giuliano Amato, Gaetano Manfredi, Gianrico Carofiglio e Massimo Gramellini. Un parterre che più che parlare al nuovo corso politico sembra evocare una comfort zone ben precisa: quella di un establishment culturale e istituzionale che il governo attuale non considera esattamente amico. E che è stato attivamente coinvolto nella campagna referendaria a favore del No.

E qui la questione smette di essere elegante e diventa politica.

 

IL CORTOCIRCUITO

Perché mentre l’azionista chiede discontinuità, c’è chi continua a muoversi come se nulla fosse. O peggio, come se il contesto non fosse cambiato.

Granata e Funiciello (ma non sono certo i soli), in questo senso- nell’indifferenza di Descalzi- continuano a giocare una partita tutta loro. Rafforzano relazioni, presidiano mondi, coltivano reti – anche quelle oggi più controverse o in fase di ridefinizione. Tutto legittimo, per carità. Ma anche tutto terribilmente disallineato rispetto a una fase in cui la parola d’ordine al governo è una sola: cambio.

E allora la domanda diventa inevitabile: è una strategia o un azzardo lasciarli fare ancora?

 

LA PARTITA VERA

La partita sulle nomine, dunque,  non è solo una mera questione di poltrone. È una ridefinizione dei centri di potere. E, soprattutto, del rapporto tra politica e grandi aziende pubbliche. Tra Nazione e Popolo. Manager come l’Enrico Mattei tanto caro alla premier, lo incarnavano in ogni loro riflessione ed azione.

Giorgia Meloni lo sa bene: senza un allineamento reale delle strutture operative, ogni indirizzo strategico rischia di restare lettera morta. Se nel 2023 non ne aveva avuto il tempo, adesso questo ce l’ha ben chiaro e la linea che pone a se stessa e ai suoi è: ora o mai più. Senza farsi prendere in giro.

E proprio per questo, oggi più che mai, quella discontinuità evocata a parole è diventata una richiesta urgente. Il risultato referendario ha alzato la posta: serve dimostrare che il cambiamento non è uno slogan, ma una pratica concreta di governo che va attuata con determinazione senza compromessi, avendo ben chiaro che chi decide e detta la linea è l’azionista e non altri. I capi azienda sono amministratori delegati alla gestione, non “imperatori delegati”.

È bene ricordarlo ed attuarlo, altrimenti il primato della politica è solo un auspicio irrealizzato. Lo spauracchio del “potere dei mercati” in questa epoca non è più valido.

Figure come Claudio Granata (e non solo) diventano quindi un passaggio obbligato, quasi simbolico. Non tanto per quello che fanno, ma per quello che rappresentano. Dopo anni di onorato e meritato servizio è giusto che ci sia una trasfusione manageriale: sangue nuovo.

La stagione dei manager “inamovibili” – quelli che attraversano governi, maggioranze e narrative restando sempre al centro del gioco – è arrivata al capolinea.

O, quantomeno, al momento più delicato.

Perché questa volta, a differenza del passato, il vento non sembra disposto a girare per adattarsi. E soprattutto perché, dopo il segnale arrivato dalle urne, ignorarlo non è più un’opzione.

Il No del Referendum che ha vinto deve diventare anche un No ai “gattopardi”.

Una strada che Giorgia Meloni e i suoi non possono non percorrere.