
Nomine quotate tra autocandidature improbabili, sponsorizzazioni precarie e “marchette”sfacciate
Da qualche giorno a questa parte prima il Corriere della Sera e poi via via altri giornali (La Stampa, Fatto quotidiano) e perfino agenzie di stampa come Bloomberg e ANSA (che un tempo non si sarebbero prestate a questi giochetti) ventilano l’idea di un avvicendamento nella cabina di pilotaggio di Leonardo.
Strani comportamenti. Perché, fino a poco tempo fa, a nessuno sarebbe mai saltata in mente l’ipotesi di una sostituzione di Roberto Cingolani, nomina ostinatamente imposta nel 2023 da Giorgia Meloni fra l’incredulità generale (e più di qualche resistenza).
Ad dire la verità, l’intuizione era corretta e a distanza di tre anni, pur con uno stile manageriale creativo più simile ad un CEO di una società hi-tech (comprategli una cravatta per favore!!) che ad un manager milanese, bisogna riconoscere a Cingolani una serie di risultati non scontati; ed un’apertura verso mercati internazionali che ha portato Leonardo a vivere una fase mai conosciuta prima.
Certamente la guerra e le tensioni geopolitiche sono un traino al mercato della Difesa di cui tutte le aziende hanno beneficiato e tuttavia è indubbio che Leonardo abbia goduto di apprezzamenti e risultati di molto superiori ai trend di mercato. Su questo, l’ottimo rapporto costruito nel tempo con il ministro delle Difesa Guido Crosetto gli ha senz’altro spianato le strada, permettendogli di condividere strategie e preoccupazioni.
Rimane dunque misteriosa, se fosse vera,la ragione di questo ipotetico avvicendamento che ha messo un po’ di pepe ad una partita che sembrava del tutto scontata (ad eccezione di quella di Terna)
Indipendentemente dal gran finale che comunque fra pochi giorni verrà svelato, un aspetto esilarante riguarda non tanto Cingolani (che non può certo essere l’unico manager presente sul mercato capace di guidare Leonardo), quanto l’identità dei contendenti indicati alla successione per la sua ambita poltrona.
Tra queste, le ipotesi della candidatura di Pier Roberto Folgiero o addirittura di Alessandro Ercolani, rispettivamente amministratore delegato di Fincantieri e Country manager di Rheinmetall Italia, la piccola subsidiary del colosso tedesco di armamenti con sede a Dusseldorf.
Peccato che Folgiero non sembra avere alcuna intenzione di muoversi dalla sua Fincantieri, con cui con grande fatica ha appena iniziato un percorso di risalita dopo un inizio assai incerto (che lo vede impegnato in una difficilissima sfida non tanto sul versante militare, quanto nella gestione del segmento crociere che è ancora tutta da giocare).
Folgiero, comunque, perlomeno vanta un percorso nella plancia di comando di società internazionali quotate con fatturato a 9 zeri.
Esperienza che manca integralmente ad Ercolani, che non ha mai avuto incarichi del genere e non può certo vantare interlocuzioni di peso con gli altri big della difesa mondiale in un momento dove la velocità è tutto.
Senza dimenticare che l’AD di Fincantieri fu ostinatamente scelto dal club di Mario DRAGHI per la complicata successione di Peppino Bono. E vinse all’epoca la sfida con Lorenzo Mariani, candidato di ferro del all’epoca Ministro della Difesa dell’epoca, Lorenzo Guerrini, che nulla poté di fronte all’ostinazione del tandem di Palazzo Chigi Funiciello/Giavazzi. Da allora ha saputo farsi ben volere anche dai duri e puri di via della Scrofa che oggi lo vedono come un punto di riferimento disciplinato e attento.
Il nome di Ercolani, sconosciuto ai più, è invece un grande classico per gli addetti ai lavori nel periodo delle nomine alle partecipate. Ogni tre anni, alla vigilia dei cambi al vertice delle società pubbliche, sbuca qui e là come un vero lobbista per farsi promuovere sfruttando i canali relazionali più accreditati del momento. Tutti diversi, triennio per triennio, ovviamente.
Vedremo cosa accadrà se si tratta di follie giornalistiche animate da qualche esuberante sponsor o se la carta nascosta deve ancora essere svelata.


