
Pantouflage all’italiana: dagli incentivi pubblici agli interessi privati
Paolo Arrigoni lascia il GSE per andare a fare gli interessi privati delle società regolate dal GSE. La notizia è tutta qui, lineare come una delibera già scritta: prima presiedi il nodo che distribuisce incentivi, definisce perimetri, pesa gli operatori; poi metti quella conoscenza a disposizione di chi quegli incentivi li chiede. Porte girevoli in classe energetica A.
Il pantouflage sarebbe vietato. Articolo 53 del d.lgs. 165/2001: tre anni di raffreddamento per chi passa dal pubblico al privato nello stesso settore. Ma il raffreddamento, in Italia, è un’opzione interpretativa. Basta dire che non esercitavi “poteri autoritativi in senso stretto” e la norma diventa una raccomandazione spirituale.
Parliamo dell’ex presidente del Gestore dei Servizi Energetici, non del geometra dell’ufficio tecnico: 16 miliardi l’anno di incentivi, la cerniera tra politica industriale e operatori, il luogo dove si costruiscono relazioni che valgono più dei decreti. Uscire da lì e rientrare sul mercato con gli stessi dossier in tasca non è un cambio di lavoro, è continuità operativa.
Nel frattempo il Parlamento discute la grande urgenza nazionale: la legge sul lobbying, i registri, la trasparenza, le audizioni pubbliche. Come se il problema fosse dare un badge ai lobbisti, quando il vero tema è che le istituzioni consentono a chi le ha guidate di trasformare senza soluzione di continuità una funzione pubblica in un asset privato. Si regolamenta il corridoio e si ignora la porta girevole.
La verità è che il pantouflage in Italia è selettivo: rigidissimo per chi non conta nulla, elastico per chi ha gestito snodi veri. E ogni volta la si chiama “valorizzazione delle competenze”, che è il modo elegante per dire che l’esperienza pubblica diventa immediatamente spendibile sul mercato che quella stessa esperienza ha contribuito a regolare.


