
Polonia, la legge diventa un’arma politica
Nel dramma politico polacco, le parole non descrivono soltanto il conflitto: servono a orientarlo. Da una parte Donald Tusk promette di «ripristinare lo Stato di diritto»; dall’altra, il partito Diritto e Giustizia (PiS) sostiene di aver riformato una magistratura già condizionata da vecchi equilibri. Entrambe le narrazioni semplificano una disputa complessa.
Parlare di «assenza di legalità», come fanno Tusk e i suoi alleati, evoca uno Stato mafioso o fallito. Ma la Polonia, durante i governi del PiS, non era diventata un Paese senza leggi. Il contrasto riguarda questioni precise: l’indipendenza dei giudici e il rapporto tra la Costituzione polacca e il diritto dell’Unione europea, che rivendica la propria prevalenza nelle materie di sua competenza.
La formula «ripristinare lo Stato di diritto» è politicamente efficace: presenta il governo attuale come restauratore della legalità e gli avversari come suoi demolitori. Ma trasforma una controversia costituzionale in un’accusa generale, caricando le parole di un significato più vasto dei fatti che dovrebbero descrivere.
Questo non assolve le riforme del PiS. Alterare procedure consolidate per nominare giudici vicini al governo è un modo difficile da conciliare con l’indipendenza della magistratura. Per capire, però, perché il partito le abbia difese, occorre ricordare il passaggio dal comunismo alla democrazia. In Polonia non ci fu una completa «lustrazione» della magistratura: la transizione lasciò sopravvivere parte delle reti professionali e della cultura istituzionale del vecchio sistema.
Il PiS sosteneva quindi di non politicizzare una magistratura neutrale, ma di smantellare un potere già condizionato da continuità mai risolte. L’opposizione e l’Unione europea leggevano gli stessi interventi come un attacco all’autonomia dei tribunali. E quando Tusk replica che i giudici dell’epoca comunista non sono più in servizio, non risponde del tutto all’obiezione: il punto, per i suoi avversari, è anche la sopravvivenza di reti e consuetudini, non soltanto delle singole persone.
Resta una domanda più ampia: dove finisce la sovranità nazionale e dove comincia l’autorità sovranazionale? La Polonia ha accettato i trattati europei, ma il conflitto su chi abbia l’ultima parola non è un’anomalia polacca. Presentarlo come una semplice lotta fra legalità e illegalità serve alla propaganda; affrontarlo richiede di discutere i confini reali del potere.
LA SASSATA

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