
Prima firma i contratti, poi li denuncia: il paradosso del sindacato sul lavoro
Da sinistra si sono levate grida di giubilo per una presunta vittoria: aver fatto “saltare” una norma del decreto Pnrr che avrebbe tutelato gli imprenditori condannati per salari ritenuti non conformi ai principi costituzionali. Una norma, si è sostenuto, cancellata grazie alla pressione politica e sindacale.
Peccato che quella disposizione non sia mai esistita nel testo approdato in Consiglio dei ministri. Un’esultanza costruita sul nulla. Eppure, paradossalmente, quella norma sarebbe stata utile se ci fosse stata, perché interveniva su un nodo reale: il cortocircuito tra contratti firmati, salari applicati e giudizi retroattivi.
È qui che emerge l’assurdo tutto italiano che riguarda la Cgil e il sistema sindacale. Si firmano i contratti collettivi, li si riconosce come riferimento legittimo per anni, poi – quando diventano oggetto di contenzioso – li si rinnega.
Così un’impresa che applica un CCNL sottoscritto, paga quanto previsto e rispetta le regole vigenti, può ritrovarsi improvvisamente colpevole, condannata a versare arretrati sulla base di criteri riscritti dopo. La regola non cambia prima, ma a posteriori. E chi l’ha rispettata viene punito.
Il punto, però, è ancora più profondo e riguarda la tutela stessa del lavoro. Stabilire per legge una paga oraria “giusta” serve a poco se quella paga non è sostenibile per le imprese. Se le aziende chiudono, i posti di lavoro spariscono e la tutela diventa una parola vuota.
Difendere il lavoro significa garantire salari dignitosi, ma anche condizioni economiche che permettano alle imprese di restare in piedi. Altrimenti non si protegge il lavoro: lo si distrugge, mentre si celebra l’ennesima vittoria simbolica che lascia sul campo solo incertezza e occupazione a rischio.


