
Referendum e intenzioni di voto: quando i sondaggisti scendono in campo per cercare di condizionare le scelte
Allora, facciamo così: raccogliamo e mettiamo da parte tutti gli pseudo-sondaggi sull’esito del referendum e su come intenderebbero votare gli italiani alle prossime elezioni politiche; pronti però a ritirarli fuori il 23 marzo sera e nella primavera dell’anno prossimo.
Perché non se ne può veramente più di assistere alle sceneggiate di buona parte di questi pregiati “analisti demoscopici” che trasformano i loro reconditi desideri in risultati scientifici.
Chi sono? Per esempio quelli che provano ad accreditare la tesi del “testa a testa” tra il “sì” e il “no” sulla riforma della giustizia, se non addirittura – come ormai avvenuto – il sorpasso a vantaggio dei contrari. Sono gli stessi che, in odio e disprezzo verso il centrodestra, non riescono a rassegnarsi che FdI sia sopra il 30% e ora arrivano a pompare le intenzioni di voto in favore del generale Vannacci e del suo neonato movimento per poter giustificare un ridimensionamento non solo della Lega, ma anche del partito di Giorgia Meloni.
Ignorano tutti (proprio tutti) i precedenti relativi alle scissioni, ma accreditano ugualmente “Futuro Nazionale” di un risultato – 3,6% – in grado di aggirare lo sbarramento della prossima legge elettorale. Perché per loro l’importante è che il centrodestra non possa vincere di nuovo.
Patetici nella loro faziosità, ma utilissimi alle pletore di giornalisti “militanti” della sinistra annidati nelle redazioni politiche di “Corriere della Sera”, “Repubblica”, “Stampa” e compagnia bella.


