Repubblica e il patto della Colombo

Repubblica e il patto della Colombo

24 gennaio 2026

Cinquanta candeline non sono solo una ricorrenza: sono una linea di faglia. La Repubblica ha compiuto lo scorso 14 gennaio mezzo secolo mentre attorno si combatte già la guerra per il suo futuro. Una guerra che non ha ancora prodotto vincitori, ma ha già chiarito una cosa: non sarà una transizione ordinata. Sarà una contesa di potere, di posizionamenti, di ambizioni incrociate e qualche trabocchetto. Come sempre, quando un grande giornale cambia padrone, cambia anche il racconto che l’Italia fa di sé.

Il futuro azionista molto probabilmente si chiamerà Antenna Group, che non arriverà per fare tappezzeria. Il gruppo greco ha in mente un progetto di sviluppo multimediale che va ben oltre la carta: piattaforme, video, integrazione digitale, un brand che smette di essere solo quotidiano e diventa sistema. Repubblica come marchio globale – euromediterraneo –, non più soltanto come giornale militante. Un’operazione che richiede visione industriale, ma anche una mano ferma capace di accompagnare una redazione storicamente allergica ai cambiamenti calati dall’alto.

In questo scenario Orfeo viene indicato da molti come il direttore giusto per la fase di passaggio. Non un incendiario, non un conservatore. Uno che conosce i meccanismi, parla il linguaggio della redazione senza evocare traumi collettivi e sa muoversi tra editori e palazzi senza lasciare troppi cadaveri lungo la strada. Un profilo rassicurante, forse proprio per questo difficile da trattenere.

Perché mentre il dibattito ufficiale ruota attorno a piani industriali e anniversari celebrativi, sotto traccia si muove altro. Il risiko dei giornali italiani non si gioca mai solo nei cda. E qui entra in scena Peppino Cerasa, ex storico caporedattore di Repubblica. Da mesi lavora a una silenziosa ma metodica campagna di accreditamento per il figlio Claudio, direttore del Foglio. Non una candidatura esplicita, ma una preparazione del terreno. Perché nei giornali, come nella politica, prima si costruisce l’inevitabilità, poi si chiede il consenso.

Non sorprende allora che da quando Exor lo scorso dicembre ha confermato la trattativa per la cessione, Il Foglio abbia cambiato passo. Quella che era una critica ideologica al quotidiano fondato da Scalfari e Caracciolo è diventata una vera e propria campagna contro Rep: quotidiana, insistente, quasi ossessiva. Delegittimazione del giornale, del suo pubblico, della sua storia. Non polemica, ma logoramento: interviste a De Benedetti, Zanda, editoriali di Ferrara, articoli funerei di Masneri, ecc. Come se l’obiettivo fosse arrivare al cambio di proprietà con un avversario già indebolito, meno autorevole, più manovrabile.

Nel frattempo Antenna Group ha già fatto capire nelle interlocuzioni riservate da che parte guarda per la gestione aziendale. Il CEO sarà Mirja Cartia D’Asero, ex Sole 24 Ore. Una manager, non una giornalista. Un segnale chiarissimo: prima viene l’azienda, poi – eventualmente – l’ideologia. È il modello industriale applicato a un giornale che per decenni ha creduto di essere un partito, una comunità emotiva, un pezzo di biografia collettiva della sinistra italiana.

E qui il quadro si complica ulteriormente. Perché nei retroscena più accreditati circola un’indiscrezione che pesa. Orfeo è troppo abile e navigato per giocare su un solo tavolo. Mentre viene descritto come il traghettatore ideale di Repubblica, non ha mai smesso di tenere in mente Mamma Rai. Un ritorno più che un salto. Un rientro naturale che ha trovato addirittura l’appoggio dell’ex Ministro della Cultura nonché suo ex collaboratore e collega, Gennaro Sangiuliano.

Questa volta il trasloco sarebbe persino comodo per SuperMario: da largo Fochetti al nuovo palazzo Rai di via Colombo. Pochi chilometri, pochi semafori. E, dettaglio non trascurabile, quasi nessuno rosso. In viale Mazzini il suo nome continua a circolare come figura di equilibrio, capace di tenere insieme politica, informazione e apparati. Ma soprattutto il suo nome sarebbe oggi il miglior profilo di garanzia per la Presidenza: uno che sa stare sia a sinistra che a destra. Alla Schlein andrebbe bene, a Giorgia Nazionale (e al suo entourage) pure. Repubblica, in questo scenario, può essere tanto un approdo quanto una leva negoziale.

Ed è forse questo il punto vero della partita. Perché Repubblica non è solo un giornale da dirigere, ma un’identità da riscrivere. Ognuno gioca la sua mano: chi parla di futuro, chi lavora sul passato, chi si prepara a occupare il prossimo snodo di potere.

I prossimi mesi non saranno una transizione morbida. Saranno una resa dei conti. E come sempre accade nell’editoria italiana, non vincerà necessariamente il migliore. Vincerà chi riuscirà a far sembrare inevitabile la propria vittoria. A colpi bassi. E a sassate.