
SPD, requiem per un partito che non sa ancora di essere morto
Trentacinque anni di governo in Renania-Palatinato. Poi, in una notte, via. La SPD crolla di dieci punti, si ferma al 25,9%, e consegna il Land alla CDU. L’AfD raddoppia i voti (facendo man bassa del voto operaio) e tocca il 19,5%. Non è una sorpresa. È la conferma di un’agonia che va avanti da anni e che nessuno a Berlino ha il coraggio di chiamare con il suo nome.
Il problema non è la leadership. È strutturale. La SPD si è trasformata nel fornitore permanente di maggioranze alla CDU — a livello federale, ora in Renania-Palatinato, domani chissà dove. Un partito che esiste per tenere in piedi i governi degli altri non è un partito: è un servizio di catering politico.
Klingbeil e Bas già sentono bussare alla porta. Pistorius aspetta nell’anticamera, popolare, sicuro di sé, pronto al colpo di mano. Ma anche se arrivasse lui, cambierebbe la faccia, non il destino.
Nei sondaggi nazionali la SPD è al 15%. Quindici. Il partito di Bismarck, di Brandt, di Schmidt. L’AfD è al 25% e sale. La matematica è brutale: l’unica coalizione possibile resta quella tra CDU e SPD, cioè il carburante perfetto per alimentare il voto di protesta. Più governano insieme, più l’AfD cresce. Il sistema si autoalimenta e nessuno sa come spezzare il circolo.
Sullo sfondo c’è il vero problema che la classe politica tedesca non riesce nemmeno a nominare: il modello industriale tedesco è in crisi, battuto dalla Cina non per i sussidi ma per la tecnologia. La FDP, che avrebbe dovuto avere le risposte liberiste, è uscita dal parlamento del Land con il 2%. Nelle sue ex fortezze.
La SPD non sparirà. Ma rischia di essere sorpassata dai Verdi come principale partito della sinistra. Anche in questo è gemella laburista britannica.
La morale è semplice e scomoda: quando un partito smette di rappresentare qualcosa e comincia solo a gestire qualcuno, gli elettori -prima o poi- se ne accorgono. Sempre.


