
Trump vs Meloni : il drone, l’ipocrisia, la memoria corta della sinistra e il curioso disinteresse di Dagospia
Lo scoop di Francesco Verderami sul Corriere della Sera di oggi (27 giugno) merita di essere letto due volte, perché contiene una di quelle verità che a sinistra fanno venire l’orticaria. La sintesi è questa: il governo Meloni, di fronte all’attacco iraniano del 15 marzo contro la base di Alì Al Salem in Kuwait, ha scelto la cautela. Non far alzare in volo i mezzi italiani minacciati. Niente protagonismo, niente Italia trasformata da Roma “in un bersaglio”, per usare l’immagine che Verderami attribuisce alla preoccupazione del governo. La prudenza, insomma, eretta a metodo.
E qui arriva la parte gustosa. Perché Verderami scrive nero su bianco che se le opposizioni volessero davvero attaccare il governo sull’uso delle basi, farebbero bene a stare zitte. Anzi, dovrebbero pregare che nessuno vada a rileggere gli atti riservati depositati in Parlamento. Perché scoprirebbero — sono parole sue — che era il 2020 e le basi italiane non furono utilizzate solo per la logistica, ma anche per missioni non autorizzate né dall’Onu né dalla Nato: in Siria e in Libia, per colpire il regime di Bashar al-Assad o per «azioni di difesa preventiva» a Tripoli.
Tradotto per chi a sinistra fa finta di non capire: nel 2020, con Trump alla Casa Bianca, Netanyahu a Gerusalemme e — dettaglio non secondario — Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, le basi italiane sarebbero state usate per operazioni offensive prive di qualsiasi copertura internazionale. Non logistica. Non rifornimento. Missioni per colpire. La chiusa di Verderami è una lama: «Allora a Washington c’era sempre Trump e a Gerusalemme c’era sempre Benjamin Netanyahu. A Roma invece c’era Giuseppe Conte.»
Fermiamoci un attimo a gustare il paradosso. Gli stessi che oggi gridano alla complicità, allo “Stato vassallo”, al governo Meloni “guerrafondaio al soldo degli americani”, erano gli azionisti di maggioranza del Conte II. Quel Conte che, secondo la ricostruzione, mentre teneva conferenze stampa notturne sulle congiunzioni astrali del lockdown, lasciava che dalle basi tricolori partissero — o transitassero — operazioni che oggi nessuno osa nemmeno nominare. Il grillino dal sorriso mansueto, l’avvocato del popolo, il pacifista da talk show. Tutto un programma.
Il governo Meloni, di fronte all’Iran, fa l’esatto contrario: frena, non espone, evita gli atti percepiti come ostili, si confronta col Quirinale. Sceglie la responsabilità invece dello spavaldismo. E come gli viene ripagata, questa prudenza? Con l’accusa di essere troppo allineata. La coerenza dell’opposizione italiana è questa qui: quando comandavamo noi, le basi servivano a bombardare e nessuno fiatava; quando comandate voi e non bombardate nessuno, siete complici dell’imperialismo. Geometria variabile elevata a dottrina.
C’è poi il particolare del drone abbattuto in Kuwait, quel velivolo da 30 milioni di euro lasciato a terra e finito “alla mercé del fuoco” nemico. Verderami lo definisce «l’elemento a discarico del governo»: la prova materiale che l’Italia, quel 15 marzo, non ha alzato un dito offensivo. Un pezzo di metallo bruciato che vale più di mille comunicati come testimonianza di una scelta politica precisa. Il rottame come alibi nobile, verrebbe da dire.
Peccato che questo “scoop” non interessi Dagospia, il sito specializzato nel rilanciare tutte le pseudonotizie “esclusive” pubblicate dai media amici tipo La Stampa e Repubblica o di quelli semiclandestini ancora più privilegiati, tipo il Domani.
Ah, gia’, meglio rotolarsi nel fango…


